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Prima pagina 16-2019La pace è una scelta

Pace è il nome della Risurrezione, il Cristo, quando appare ai suoi amici, usa il termine Shalom, che era saluto familiare per ogni israelita, un'espressione augurale. La pace era dono di Yahweh e, più che un vocabolo, era un concetto religioso. Lo stato di pace, in una persona, indicava una condizione di pienezza, di benessere, con un'accentuazione in senso materiale, realizzabile soltanto attraverso un'intima comunione con Yahweh. Il risorto, dunque, augura pace. E si tratta, beninteso, della sua pace! Come per la gioia, anche per la pace si può dire che ne esistano in commercio due tipi. Quella nostra e quella che ci danno gli altri. La prima ha caratteristiche di inalterabilità, l'altra è all'insegna della provvisorietà. Il problema sta qui. Bisognerebbe porsi la domanda: con quali materiali abbiamo costruito la nostra pace? Perché la pace sia veramente nostra, occorre, come ha avuto modo di ribadire il Vescovo Francesco nella sua appassionata e paterna confessione a fi ne messa crismale, riceverla in dono dal Cristo. Lui ci dà la sua pace. E non se la riprende più. Ci appartiene. É una pace critica. É una spada che taglia, divide, spezza certi legami. É una pace diversa. Esclude la paura, scaturisce dalla logica dell'andare oltre, dalla capacità di andare controcorrente. Accogliere la pace del Cristo significa accogliere la sua Persona, concretamente e senza se e ma, non soltanto un dono "staccato". La pace è conseguenza necessaria del dono fondamentale della sua Persona, ed è il segno più evidente che abbiamo concretamente spalancato le porte a Cristo. In tal caso, soltanto noi possiamo perdere questa pace. Sbarazzandoci di tutto ciò che ospitiamo di negativo in noi. Oppure, che è lo stesso, costringendoci a coabitazioni deleterie e poco edificanti per noi e per gli altri. La pace, più che una conquista, è una scelta.

Diocesi di Carpi

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