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Prima pagina n. 18-2019Pastori e Padroni
Quella del pastore è un'immagine di altri tempi. Essa appartiene, infatti, ad un mondo che è quasi scomparso, travolto dall'accelerazione imposta dalla civiltà industriale e tecnologica e sostituito, nei suoi simboli più immediati, dalla fi gura del manager, dagli esperti in mille e una diavoleria. Il pastore richiama la visione di un modo di vivere lento, cadenzato, ritmato secondo i cicli della natura; invece, noi siamo coinvolti nella frenesia di una vita segnata dalla velocità, dal chiacchiericcio, dal dinamismo, dallo scambio immediato. Il linguaggio usato in chiesa e che trova il suo punto di riferimento nella Bibbia, ci consegna delle belle espressioni: "Il Signore è il mio pastore... in pascoli di erbe fresche mi fa riposare...", diventate nei secoli poesia, canto, pittura, ma dall'altro lato cogliamo tutta l'ambiguità di quella parola-segno, quella del pastore appunto, che dentro la storia ha favorito l'immagine di una comunità, quella cristiana divisa tra capi e sudditi, tra padroni e servi, tra chierici e laici. Pastore che è legato al gregge. Il gregge dal canto suo, evoca imbecillità, passività, obbedienza e remissività. In realtà le cose non stanno proprio così. C'è un rapporto diretto tra attività del pastore, che è Cristo, e il "restare" nella vita da parte di coloro che si incamminano accanto a lui; Cristo "sostiene" coloro che cercano "vita". E c'è anche una disponibilità del pastore a dare sicurezza, affidando il gregge a un Padre. Pastore e gregge scoprono la loro complementarietà nel riconoscimento di una paternità che li coinvolge in un'unità più alta. Insomma bisognerebbe ricordarsi di vivere il rapporto tra pastore e gregge in maniera diversa in cui si procede, superando il concetto di potere. Ricordava don Primo Mazzolari, "occorre dare potere alla coscienza, dopo aver dato per tanti secoli coscienza al potere".

Diocesi di Carpi

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